Il colloquio terapeutico in MTC (seconda parte)

Trasposizione
Quanto al rapporto medico paziente, evento non raro e rilevante è la trasposizione nello scenario terapeutico di materiale emozionale improprio appartenente allo scenario personale del paziente, più rara ma da considerare è anche la reattiva trasposizione nello scenario terapeutico di materiale emozionale improprio appartenente allo scenario personale del terapeuta, transfer e controtransfer. E si consideri anche come questi due aspetti della trasposizione sovente siano in reciproca risonanza.
Di là dalle letture e dagli articolati distinguo con cui questi concetti sono stati anche troppo ampiamente trattati in psicoterapia, resta che varie volte lo spessore dei vissuti del paziente e del terapeuta possono accrescere ed eccedere la corretta misura terapeutica intaccandone la solida natura e sviandone la corretta direzione terapeutica. E’ eccedenza che dimostra anzitutto la vitalità del rapporto terapeutico ma nel contempo denuncia la raggiunta eccessiva pienezza dello stesso e dell’impegno in atto. Si è raggiunta una situazione di culmine nel cammino, è richiesta e occasione di chiarezza, è esigenza di rinnovata mappatura del rapporto e dei suoi caratteri. La trasposizione è certo momento importante che può essere utilizzato a fini curativi. Nello scenario terapeutico attivato dalla trasposizione si può forse infatti ora individuare la via per incamminare finalmente il paziente nello scenario reale, ed è qui compito del terapeuta definire le direzioni e i percorsi, reggendo e dirigendo ora a questo fine anche l’immagine della trasposizione.
Vi sia coscienza però di come si tratti di dinamica anche produttiva e fertile, ma certamente difficile e instabile.
Le varie frapposizione che si possono reiteratamente instaurare alla proficua evoluzione della trasposizione possono invece indicare al terapeuta la convenienza di un’accorta supervisione cui riferirsi.

Formulazione
Le modalità e le tempistiche all’interno delle quali sia conveniente che il terapeuta formuli le proprie valutazioni nella gestione del rapporto medico paziente, è argomento variamente sviluppato e risolto all’interno delle diverse Scuole. Fermo restando che ogni regola è puramente indicativa e non deve essere limitativa, va qui almeno riportato uno spunto. Il disagio del paziente lo porta a vivere se stesso o una sua singola esperienza come un problema, ma il problema non esiste in natura, esistono entità, eventi, esperienze, materie, spessori, profili, tinte, sonorità, gusti, odori, dinamiche. Ricondurre il vissuto patologico alla realtà è dunque prioritario, ma per farlo conviene ricordare come non esistendo problemi neppure esistano risoluzioni, un vivente non è un rebus e neppure un anagramma. Il terapeuta deve cioè prestare ogni attenzione a non dare al paziente l’impressione di conoscere una formula capace di risolvere i suoi problemi, né tanto meno, fatte salve le situazioni di emergenza, deve dare l’impressione di comunicargli la formula risolutiva dei suoi disagi. Questo per almeno due motivi. Anzitutto quella formula non c’è, non esiste, esiste la realtà che ha in sé un suo flusso e una sua direzione. Comunicare ad una persona che soffre una pretesa formula risolutrice del suo disagio, è dunque falso e oltre a ciò è errato e controproducente. Comunicandogliela impediamo di fatto al paziente di scoprire da sé, elaborandole in sé, le forme della realtà e i flussi del vivere, non le espressioni numeriche, non gli algoritmi che della vita non fanno parte. Circa poi le modalità delle proprie formulazioni, di massima conviene che il terapeuta persegua immagini che non implichino direttamente il paziente, svolgendo i temi in paralleli semplici che abbiano le caratteristiche di chiarire pesi e misure attraverso chiavi ben comprensibili, come il semplice, l’estremo, il reciproco. In ogni caso conviene che le formulazioni dei pensieri del terapeuta siano chiaramente rivolte a misurare, evidenziare, direzionare, piuttosto che a risolvere.

Intralci
Conviene che il terapeuta abbia in sé chiarezza del progressivo andamento del singolo percorso terapeutico. La cura è certo cammino variabile e in gran parte imprevedibile, ma all’interno di esso posso rendersi riconoscibili sostanziali cambiamenti di modi e contenuti. Vi possono giocare varietà di fattori interni al rapporto come ambientali e esterni. Differenze di linguaggi, difficoltà ed errori di comprensione, interferenze di parenti e di terzi, possono segnare i percorsi di decorsi particolari. Pazienti con indoli portate a ricercare complicità implicite o esplicite, ipotesi di silenziose collusioni e responsabilità condivise con il terapeuta, intralci diversi forse accomunati dalla pretesa del paziente di saggiare le attitudini e le capacità del terapeuta tramando inconsciamente o consciamente dinamiche subdole acquisendole quali fattive dimostrazioni, possono partecipare a che il percorso paia incepparsi. A ben vedere, si tratta di difficoltà non rare, che sta poi al terapeuta riversare in occasioni positive e produttive evoluzioni. Qualora invece questa trasformazione non si attui e il rapporto ristagni e il terapeuta non ne individui la direzione alcuna e anzi si senta in esso in parte esautorato e esaurito, e gestito e utilizzato dal paziente quale alibi e schermo e lasciapassare al suo disagio, conviene prendere in considerazione la soluzione di un rapporto che unicamente simuli la terapia ma non paia realizzarla. Potrebbero infatti venirne aggravi.

Evoluzione
Il movimento dell’evoluzione è realtà centrale nell’intero processo terapeutico, e riguarda sia il paziente sia il medico. Ne tratto particolari aspetti nel mio Fondamenti della vera medicina cinese.
o Quanto al paziente, anzitutto la malattia è occasione evolutiva, imperdibile momento di comprensione di una lezione vitale.
Ogni disagio pare contenere cioè un’informazione, una nozione, un insegnamento, che rappresenta il suo vero movente e che va appieno compreso. Unicamente allora il disagio pare potere esaurire la sua motivazione e il suo significato e risolversi nella guarigione. Il movente della guarigione è quindi nella comprensione. Va per altro notato come varie volte unicamente attraverso il disagio la persona paia potere comprendere e assumere la piena rilevanza, la primaria importanza di un insegnamento che stenta ad assodare e fare proprio. La dimensione dell’accettazione della malattia, più ancora, la scelta e la rivendicazione della propria malattia come la più adatta opportunità evolutiva è dunque la via maestra per potere trasformare il disagio in caratteristica, e la caratteristica in evoluzione personale.
o Quanto al medico, conviene che egli colga appieno la straordinaria possibilità evolutiva che la propria professione gli propone e porge.
Il quotidiano riverberare dei percorsi dei pazienti nel proprio vissuto personale lo pone infatti in una costante dimensione evolutiva, tanto più quanto egli partecipi agli sviluppi e alle scoperte esperienziali dei propri pazienti.
Viene un tempo in cui i pazienti che si susseguono nell’ambulatorio parlano al terapeuta esattamente di ciò che a lui direttamente riguarda, né più né meno. E’ un tempo in cui egli stesso, parlando ai propri pazienti, pronuncia le esatte parole che a lui stesso conviene ascoltare. E’ tempo felice in cui davvero l’altro da sé e il se stesso coincidono. E’ occasione imperdibile solo che egli se ne accorga e faccia tesoro del dono.

Carlo Moiraghi

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